Pubblicato da: jlm | giugno 4, 2008

Primavera Sound Festival – I commenti a caldo / 2

Seconda parte dell’avventura in terra spagnola, con tanto di pagelle per le performance mancanti.

PROMOSSI:

DINOSAUR JR
Pur di evitarli, il mio esimio collega si è inventato un improvviso interesse per una band dal nome impronunciabile e chiaramente inventata sul momento. Peccato, perché i Dinosaur hanno messo in piedi uno show fragoroso, con un’ottima scelta della scaletta che ha praticamente pescato i maggiori successi del gruppo. Band perfetta e collaudatissima, nonostante il lungo iato, grazie all’apporto fondamentale di Lou Barlow e Murph. Immancabili Freak Scene, the Wagon, Repulsion e la cover dei Cure Just like Heaven, con J Mascis sempre più padrone della chitarra, grazie ad autentici diluvi di distorsioni sulle melodie noise-pop, e con un look sempre più impresentabile (ma che su di lui calza a pennello): un nerd dall’aspetto sciatto, coperto da una cascata di capelli completamente bianchi (8/10 al concerto, 9/10 alla perseveranza di Mascis riguardo al suo look).

PUBLIC ENEMY
La storia dell’hip hop sul palco del primavera. Ero sinceramente in trepidazione ma anche spaventato per la loro esibizione: la paura per un concerto sciatto da vecchie glorie – o peggio, uno show che cercasse di aggiornarsi con i canoni di un certp hip hop da baraccone contemporaneo – era giustificata. Invece It takes a million to hold us back è ancora straordinariamente attuale, e il merito dei Public Enemy è di averlo aggiornato al 2008 senza sottrarne l’energia vitale, aggiornando il messaggio principale (“take the power back”), che punta a essere più inclusivo, piuttosto che a segnare un confine (etnico e classista) come a inizio anni 90. Chuck D rima come una forza della natura, e Flavor Fav è sempre svitato come un tempo, con l’immancabile ciondolone-orologio al collo. Introdotti da un eccellente quarto d’ora di puro beat ed electro della Bomb Squad, i due Public Enemy hanno intrattenuto il pubblico di Barcellona senza l’apporto di Terminator X (rimasto negli States per problemi col passaporto) ma accompagnati da una vera band e da tre loschi figuri in divisa militare pronti a marciare alle loro spalle. (8/10)

DE LA SOUL
Un altro pezzo di storia della musica black. Meno trovate sceniche rispetto ai Public Enemy, ma show più sostanzioso,con basi e sample perfetti (tratti principalmente da 3 Feet High and Rising) che hanno letteralmente fatto muovere tutto il pubblico. Verso la fine Flavor Fav fa capolino sul palco e si gode lo show insieme ai suoi amici con aria compiaciuta. Gioviali e positivi come la loro musica, inscenano un piccolo test dedicato agli autentici fan: si tratta di scoprire il titolo di una canzone che stanno per suonare (“today is..”): ottima la scelta di Kelvin/Posdnuos aka Plug One, che scende dal palco e individua una piacevolissima fanciulla da sottoporre al test. (8 al concerto, 9 alla ragazza in prima fila).

MISSION OF BURMA
Altro esempio di gruppo invecchiato splendidamente. L’esecuzione è estrema e tiratissima, con il pubblico che esplode di approvazione ogni volta che partono i primi accordi dei pezzi-capolavoro di Vs (bellissima Trem Two), certamente i più conosciuti. Livello di decibel elevato accoppiato al perfetto stile chitarristico di Roger Miller, capace di infiochettare la furia del punk rock con una tecnica sperimentale. Non mi dilungo ulteriormente – è in arrivo un post su di loro – peccato per la mancata esecuzione di The ballad of Johnny Burma (8,5/10)

LES SAVY FAV
Sono rimasto sorpreso nel vedere un pubblico così numeroso durante l’esibizione della band post-punk di New York. Fortunatamente, i Les savy Fav (ribattezzati Les savy Fat per l’aspetto pingue del cantante, Tim Harrington – fra poco ci arriviamo) non hanno deluso le attese. La musica dunque: esibizione, ottima, energica, come ottima la scelta della scaletta, che ha selezionato le tracce più vigorose degli album passati del gruppo, senza concentrarsi esclusivamente sull’ultimo Let’s stay friends, invero piuttosto piatto. Poi Tim Harrington, entità a parte: impossibile non prestare attenzione alle sue follie. Apre lo show coperto di giunchi e altri vegetali, poi rimane con un orribile costumino che fa bella mostra dell’adipe. Nel frattempo, indossa un passamontagna, mastica foglie di giunco, indossa un kimono e si avventura tra il pubblico con evidente disperazione della security. Il tutto mentre il suo canto rimane ineccepibile e di una potenza straordinaria. Il live è la loro dimensione perfetta (8,5/10, Tim Harrington – impareggiabile).

BOB MOULD
Vince il premio per la maggiore quantità di decibel. Non conosco molto le ultime uscite della sua carriera solista (acustica ed elettronica), che comunque viene lasciata in disparte per privilegiare una scaletta a tutto volume. Grande emozione nel finale per la riproposizione dei pezzi degli Husker Du: ok, sul palco non ci sono gli Huskers, e la chitarra di Mould ha talvolta un effetto troppo coprente, ma sentire pezzi come Chartered Trips away, I Apologize, Divide and Conquer e New Day Raising dal loro diretto compositore è sempre qualcosa di notevole (7/10).

DA SEGUIRE:

NO AGE
Il sospetto è che la formula non lasci spazio a molte evoluzioni. I due losangelini, tra i primi ad esibirsi durante il secondo giorno, propongono uno show basato sul batterismo sordo e frenetico e al canto sgolato di Dean Spunt e sulle chitarre abrasive e iper distorte di Randy Randall. L’attitudine c’è, la capacità di scrivere canzoni ancora no, ma il tempo è dalla loro (6,5/10).

BOCCIATI:

KINSKI
Peccato, perché Be gentle with the turtle è un album di eccellente psichedelia rumorosa, che lambisce talvolta la memoria degli Hash Jar tempo. Peccato perché la band propone tutt’altro repertorio, all’insegna di un quasi hard-rock monotono, dove distorsioni ed effettismi vari non nascondono le pecche di una scirttura senza idee (4,5/10).

SONICS
Perché bocciare la loro esibizione? Ecco invece un esempio di una reunion che tradisce lo spirito originario della band. Quella sul palco del primavera era un’ottima band di professionisti, ma nulla era rimasto degli animali da palco che di fatto anticiparono il punk negli anni 60. Certo, atteggiarsi a ragazzi ribelli a sessantanni suonati sarebbe patetico, ma l’esecuzione ha trasformato capolavori del garage come Strychnine o Psycho in inni da stadio, perfetti per un concerto di Baglioni, ma non per uno show dei Sonics. In effetti, alle tastiere sembrava di vedere proprio Baglioni piuttosto che Gerry Roslie (5/10).

e ancora..
LE FILE:
Bisogna fare una dannata fila cervellotica per tutto. Gli organizzatori spagnoli hanno parcellizzato ogni singola funzione, crendo 4 file per entrare: fila per ritirare il biglietto, fila per cambiare il biglietto con in bracciale-pass, fila all’entrata, fila ai tornelli, e fila per controllo zaini.

LA BIRRA:
L’estrella damn è un fluido imbevibile.

LE SOVRAPPOSIZIONI
Organizzare un festival di tali dimensioni e con un tale movimento di artisti non è mai facile ci mancherebbe. Ma si potrebbe almeno evitare di sovrapporre band dall’identico target, come Public Enemy e Dr. Octagon, la più clamorosa.

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